Le parole pesano

nessun commento

Comunicare qualcosa, nella maggior parte dei casi, implica un rielaborazione da parte di chi è tramite della comunicazione. Per quanto si cerchi di essere imparziali, le parole scelte, la punteggiatura, il tono del nostro scritto, trasudano sentimenti.

Notizia del barbaro assassinio di una giovane donna da parte dell’amico innamorato e respinto. Elisa è stata uccisa. L’omicida è reo confesso e il movente è un “amore” non corrisposto.

C’è una vittima e c’è un carnefice. Non importa chi fosse fino a ieri.

Oggi è un assassino, della peggior specie, di quelli che credono di aver il diritto di disporre dell’oggetto del loro amore. Provo dolore e commozione per la giovane vita spezzata, l’ennesima, per quanti la amavano davvero e ora la piangono. Di lui, non m’importa nulla: che la giustizia faccia il suo corso.

Sulla stampa, invece, fa subdolamente capolino il bisogno di trovare una motivazione che ha trasformato l’amico in orco. Si arriva a insinuare che la giovane negli anni debba per forza averlo illuso facendogli perdere la ragione. Si arriva a commentare teneramente i gesti dell’assassino, le sue parole, le sue lacrime, il suo pentimento: come fossero quelle di un bambino impaurito colto con le mani nella marmellata.

La cultura della vittima colpevole non muore!

La donna, in fondo, deve aver istigato il poveretto, deve averlo irretito. Non può essere che “il gigante buono” sia diventato mostro senza un motivo.

Ancora una volta, davanti a un femminicidio, si punta il dito altrove, contro la vittima.

Ecco che le parole che usiamo e il modo in cui le inanelliamo nelle frasi, stravolgono il senso di un dramma aggiungendo dolore ad altro dolore.

Sorprendente, anche se di tutt’altra tinta, è pure il trafiletto apparso sulla Gazzetta dello Sport a commento della sconfitta sul campo da tennis di Serena Williams. “La Williams fallisce ancora una volta il record del 24° titolo Slam: da quando è diventata mamma ha perso quattro finali”.

Non è l’atleta al centro della sconfitta, ma la donna in quanto madre.

Vuol forse dire che non ha ancora perso i chili della gravidanza? Insinua forse che manchi di concentrazione perché i suoi pensieri sono divisi fra poppate e pannolini? Non si pecepisce l’empatia per la difficoltà agonistica di un atleta che pur ha vinto di tutto e di più e che davvero non deve dimostrare più nulla. Sparisce la campionessa e rimane solo la madre da incolpare.

Queste frasi, queste considerazioni, questo modo di raccontare le cose, coltivano la cultura che vuole la donna aliena se lontana dallo stereotipo di madre e proprietà del marito.

Elisa aveva 28 anni ed è morta perché era bella, libera e solare. Perché aveva tutto il diritto di non amare quell’uomo, senza fornire alcuna giustificazione. Lui aveva solo l’obbligo di rispettarla in quanto essere umano, in quanto donna.

LUI, Invece, l’ha uccisa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...