Roghi in Amazzonia: la punta di un iceberg

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Il dramma che si sta consumando in questi giorni in Amazzonia scuote le coscienze, ma forse non a tutti è chiaro ciò che sta realmente accadendo.

L’Amazzonia è un territorio vastissimo, che racchiude realtà socio-politiche molto diverse fra loro. È corretto parlare della foresta come di un polmone verde, ma non è corretto sostenere ( come letto sui social negli ultimi giorni ) che da sola fornisca il 20% dell’ossigeno dell’atmosfera. In realtà si stima arrivi a produrne il 6-10%. Questo è importante per capire che lo scempio a cui stiamo assistendo ha un impatto sul nostro ambiente molto più profondo e complesso di quello che tutti leggiamo.

L’ossigeno presente nell’atmosfera terrestre non è in pericolo: ve ne è una quantità tale da essere ben lontani dall’emergenza. Il vero pericolo è invece il quantitativo crescente di Co2 immesso nell’atmosefera. L’anidride carbonica è fra i fattori scatenanti del cambiamento climatico. Ciò che i roghi dell’Amazzonia stanno immettendo nell’aria potrebbe portare a conseguenze catastrofiche per il clima, soprattutto nelle zone circostanti, mettendo in serio pericolo l’economia agricola di interi paesi.

Quello che sta bruciando con la foresta è soprattutto una bio-diversità unica al mondo e un patrimonio culturale destinato ad estinguersi con il progressivo allontanamento dei nativi dalle loro terre. ( “La guerra di Bolsonaro contro i Nativi “ da Il Faro sul Mondo del 21 gennaio 2019)

Stiamo assistendo ad un crimine perpetrato per mano dell’uomo.

Se confrontiamo l’intensità degli incendi di questi giorni con quelli del 2007 o del 2014 dovuti alla siccità causata dal El Niño, scopriremo che  non sono fra i più intensi che l’Amazzonia abbia mai dovuto affrontare. Quello che ci deve scioccare è che questi incendi sono esclusivamente dolosi, non hanno alcuna causa naturale, ma sono appiccati dall’uomo per ottenere campi da coltivare o per allevare animali.

È in atto un’operazione politico – economica tacitamente appoggiata dal governo locale per favorire questo tipo di interventi incendiari. Poco prima dello scoppio dei primi focolai era stato instituito da alcuni agricoltori del posto il “Día del Fuego”, una sorta di “giorno X” per dar inizio all’attività incendiaria. Ed è un paradosso, perché incendiando la foresta per avere campi da coltivare si produce CO2 che innescherà un cambiamento climatico tale da rendere impossibili le coltivazioni.

Non dobbiamo inoltre immaginare questi piromani come poveri agricoltori spinti a gesti estremi dalla povertà e dalla disperazione. Siamo davanti a interessi economici che muovono da molto lontano, in cui la mano tesa di tanti paesi che oggi offrono aiuto, non suona completamente sincera e disinteressata. Dietro la facciata dell’ambientalismo ci sono ragioni sonanti.

I terreni che verranno ricavati dalle zone incendiate, serviranno prevalentemente per la coltivazione della soia, soprattutto per l’esportazione verso la Cina. È solo la punta di un iceberg che ha alla base lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta con gravissime implicazioni sociali.

Sempre la Cina, dall’altra parte del mondo, ha in atto un vero e proprio colonialismo di mercato nel continente africano, con il beneplacito della popolazione locale, che spera di trovare nei conquistatori del sole levante dei salvatori dalla propria condizione di miseria.

La potenza asiatica sta sventrando il continente alla ricerca di oro, diamanti e materie prime per produrre prodotti finiti che poi rivenderà agli stessi paesi africani. È un predatore che cattura la preda e la stritola nella morsa di un debito economico che la rende “schiava” del suo carnefice. La Cina sta comprando l’Africa, assicurandosi le materie prime per consolidare il suo primato sui mercati mondiali.

È il momento che ognuno di noi si chieda come poter intervenire cominciando dal proprio piccolo mondo. Saranno necessarie scelte drastiche e coraggiose, da parte della politica, della produzione ma soprattutto da parte nostra. Salvare il pianeta è una nostra responsabilità, perché NOI siamo la domanda che spinge al consumismo economico e ambientale.

Prima ci rendiamo conto che l’unica via percorribile è quella di un’economia circolare che nulla distrugge ma che tutto trasforma, prima avremo in mano la chiave per cambiare sul serio le cose e far in modo che nessun rogo distrugga il nostro futuro.

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